mercoledì 28 dicembre 2016

Senza un finale che faccia male


Il giocatore con la maglietta sgargiante, che per tutta la vita è stato convinto di aver dato una svolta decisiva alla storia del calcio, si deve guardare ancora una volta da un difensore più vecchio di lui, con una casacca molto più vincente, schietto come quelli della sua regione sanno essere, roccioso come ne ha affrontati tanti. Ma nè l'uomo in arancione nè quello in azzurro sono soli: ognuno di loro può contare su una squadra, 22 giocatori in tutto; e ognuno di loro veste la stessa divisa, bianca e verde.
Il donnaiolo è tornato nel posto dove si trovava meglio, al Chelsea Hotel, non si sa se a cercare Suzanne, Heather, o quale altra delle sue migliaia di ragazze. "Avrei fatto meglio a dedicarmi solo alla poesia, secondo te?" chiede al suo collega. "Avresti fatto meglio a trovarti un lavoro vero come il mio", risponde ridendo sotto i baffi (un evento raro!) il capostazione.  
"E' la fine del mondo!", dice il gentiluomo veneziano che viene dall'isola dei soffiatori di vetro; "ma la vita è meravigliosa", gli risponde il giovane inglese, che di oscuro ha solo il nome. Non so se avrà tempo e voglia di spiegarlo al suo coetaneo e compatriota, che si sta scolando drink e sogni gratis al club...un giorno smetterà i panni del belloccio da copertina, andrà ascoltato senza pregiudizio.
"Ci servirebbe una batteria, qui" dice il tizio vestito in maniera improbabile, di cui si vedono solo gli occhi: il resto è sepolto da tastiere di ogni forma e colore. "Possiamo aspettare ancora un po'" gli risponde il suo amico bassista dalla voce gentile.
Non so se l'uomo con la bacchetta in mano sia entusiasta di indossare quella maschera da pierrot. Se solo riuscisse a fare star fermo al centro del palcoscenico quel...come definirlo? Mimo? Ballerino? Performer? Il diretto interessato (chiamatelo l'uomo delle stelle, l'uomo che cadde sulla terra, o come più vi piace) sorride con quegli occhi così belli e così diversi. Lui è sempre al centro del palco, anche se non è mai stato uguale a sè stesso un solo secondo della sua vita. 
Al confronto, è molto più tranquillo quel signore dai capelli bianchi. In fondo, per anni ha avuto accesso ai segreti di quattro favolosi musicisti, anzi dei "favolosi quattro" per antonomasia; figuriamoci se lo spaventa questo tappetto ebreo newyorkese che inneggia al suicidio e tratta il microfono come se fosse contemporaneamente il suo migliore amico e il suo peggior nemico. E che forse ha avuto modo di incrociare, nei suoi giri all'interno della Grande Mela, colui che è riuscito a tradurre in immagini sia le porte dell'inferno - la guerra e le sue conseguenze - sia i cancelli del cielo. E che per suo conto sarebbe contento per una volta di lavorare con questo biondino dai capelli ondulati, che fra uno scienziato pazzo e un fabbricante di cioccolato non meno sbarellato è diventato uno degli idoli di tutti gli atei del mondo.   
Ma anche gli idoli hanno i loro momenti di sconforto. Come deve essere rendersi conto che essere il migliore di tutti non ti permette neanche di essere servito al bar per il colore della tua pelle? D'accordo, lui non ha studiato, ma sa riconoscere l'intelligenza e il talento in chi ce l'ha al di là delle apparenze: magari anche in questa magra ragazza di campagna, già abituata ad aver a che fare con soggetti difficili e che potrà forse spiegargli cos'è, il buio oltre la siepe.
E questo sorridente ufficiale? Chissà se i suoi commilitoni ci hanno già scommesso, o ci scommetteranno, che un giorno, dopo la guerra, andrà a studiare all'estero e poi, dopo aver ricoperto tante cariche prestigiose, diventerà il primo cittadino di tutti gli italiani; ma adesso è ancora presto, il professore di storia - e quale professore! - non è ancora in grado di convincerlo che si è trattato, anche e soprattutto, di una guerra civile. 
E sono proprio le parole "guerra" e "civile" ad aver condizionato la vita di questo cittadino del mondo, i cui capelli sono diventati precocemente bianchi a seguito di tutto ciò che ha visto. Che non potrà mai dimenticare e di cui un giorno - anzi, una "notte", la notte di Auschwitz - è riuscito finalmente a parlare.
"Ecco, dovremmo ascoltare di più queste persone, che hanno meditato a lungo su ciò che dovevano dire; piuttosto che ascoltare i commenti sconclusionati di quelli che sentono quasi il dovere di commentare in tempo reale ciò che non hanno nemmeno letto o, se l'hanno letto, non lo hanno capito". L'avrà pronunciata davvero, questa frase, l'erudito per eccellenza? Forse sì, forse no: di sicuro ne ha subito quelle conseguenze che - anche quelle, come molte altre - aveva previsto con molto anticipo.
Troppo tragico come scenario, dite? Forse. Per fortuna c'è una donna a sdrammatizzare, con la sua meravigliosa ironia - quella dote di cui secondo molto uomini stupidi le femmine sarebbero prive. Non la classica "bella figheira", ma una donna Generosa e coraggiosa, che ci saluta, anche lei, con un bellissimo sorriso.