mercoledì 31 maggio 2017

J'entends siffler le train


Prima di venire qui non pensavo che i treni fischiassero ancora.
Quand'ero ragazzo, c'è stato un periodo in cui li prendevo tutti i giorni per andare all'Università. Ma mi sono stancato presto di entrambi.
Ora invece li sento tutte le notti, quando salgo qui nel terrazzo a fumare. Alla mia età si è abitudinari in tutto, soprattutto nelle ore di sonno che ci facciamo mancare. 
Non li vedo, questo no. Non saprei nemmeno immaginarli se non in termini iperbolici; così come gli scrittori di fantascienza, non sapendo immaginare la modernità, la descrivevano in termini molto più sfacciatamente ottimistici rispetto alla realtà che sarebbe arrivata.
Qualche sera fa uno di quei bestioni ha fischiato molto più a lungo: poi si è scoperto che sotto i binari era finita una giovane donna. Forse per gioco, forse per un amore che doveva esserci e non c'era, forse perché aveva molto più senso che si trovasse lì più che in qualsiasi altro posto.
Si dice che alcuni animali, quando sanno di dover morire, scelgano in anticipo il posto dove farlo. E' ciò che fanno alcuni di noi umani, quelli che se lo possono permettere.
Ora vorrei essere uno di loro...ma solo per la soddisfazione di poter scegliere.
In realtà non so se opterei per un luogo troppo diverso da questo: il verde e il silenzio non mancano nemmeno qui, e quando la notte si trasforma in alba le sfumature di blu che colorano le colline sono quasi magiche.
Ma lo farei da uomo libero.
Possibilmente, con al mio fianco una persona che mi vuol bene. E non un'ottusa guardia che sta tutto il tempo a controllare che non mi butti di sotto.

giovedì 27 aprile 2017

Ieri e domani


Bruna accostò la finestra. Il rumore della folla sottostante calò abbastanza perché si potesse sentire il suo sospiro.
Carmen non era abituata a sospirare, quindi si limitò a quello che sarebbe potuto sembrare un sorriso, se non avesse sottinteso tutt'altro. Bruna rispose con la stessa espressione, come spesso succede alle sorelle o alle amiche del cuore.
- E adesso? - esclamarono insieme, e il sorriso stavolta fu un po' più sincero. 
- Da domani si ricomincia - continuò Bruna. - Torneremo...
- Al lavoro? - la interruppe Carmen. - Non credo.
- Quanto ci vorrà prima che riapra la fabbrica?
Carmen alzò le spalle. 
Bruna sbirciò dal terzo piano la marea di persone che sfilavano, alcune senza fretta e senza meta apparente, altre al contrario con passo deciso e sicuro. Fra queste ultime c'erano anche lei e Carmen...fino a pochi minuti prima? O erano già passati mesi, anni? 
Per i bambini - e ce n'erano tanti - era tutto nuovo, ovviamente. Gli uomini e le donne invece, così come erano diversi nelle andature, lo erano anche nei volti: che non esprimevano solamente gioia, ma in qualche caso anche preoccupazione ed incertezza, come se anche loro si stessero ponendo la stessa domanda di Bruna e Carmen. Come se il sole che splendeva sulle vie della città fosse sufficiente ad illuminare le centinaia di bandiere, ma non a scaldare i cuori delle persone.  
Carmen guardava il muro del salotto attraverso il fumo dell'ennesima sigaretta: 
- Te lo dico, cosa succederà. La fabbrica riaprirà...se non sarà la settimana prossima, sarà quella dopo. E indovina chi ci andrà a lavorare?
- A me basta che ci torniamo io e te, degli altri non mi importa - replicò Bruna.
- Ingenua. Ci andranno gli uomini. Forse le mogli o le figlie di qualche raccomandato, negli uffici. - osservò Carmen e, di fronte alle rimostranze che stavano per arrivare dall'amica, aggiunse ironicamente: - Ma stai tranquilla, tuo fratello troverà posto. E forse anche tua cognata...la cugina del prete.
- E noi?
- E noi...noi continueremo a fare quello che facevamo prima della guerra. Le mamme, chi ha figli. Le mogli, chi ha marito. - Poi, spegnendo la sigaretta, concluse:
- Noi partigiane saremo sempre delle poco di buono.  

Aprile-maggio 1945


martedì 28 marzo 2017

L'eclettica


Paolo incontrò Clelia ad un concerto di un gruppo indiepoptronicpostcoldwave nel quale lei e un'amica erano le uniche ragazze presenti, a parte le fidanzate dei posthipster che però come sempre facevano tappezzeria e quando il ragazzo non le vedeva whatsappavano furiosamente con amichedelcuore e amicipiùpiùpiù. 
Clelia e la sua amica invisibile ascoltavano la musica con il volto inclinato e guardavano la band con le orecchie risapute, abbastanza perché Paolo lasciasse il suo amico invisibile per fare la prima chesperiamononsiaanchelultima domanda:
- Piaciuto il concerto?
E lei si limitò a un mezzo sorriso e a un'alzata di spalle.
E lui fece la domanda che non avrebbe mai dovuto:
- Che altri gruppi ti piacciono?
E lei diede la risposta che non avrebbe mai dovuto:
- Mah, non so se li conosci.
E lui dopo un tempo variabile aggiunse:
- Mi dai il tuo numero?
E lei glielo diede come se ne avesse 1000 e uno in meno non le facesse differenza.
E da quel giorno comunicarono molte volte e in molti modi, anche se non si videro mai più perché abitavano distanti.
E lui stava molto attento a decifrare le poche parole che lei ogni tanto lasciava cadere - come un turista maleducato lascia cadere per terra i biglietti del tram e dei musei - e che diventavano immediatamente l'argomento al quale lui sembrava aver dedicato l'intera esistenza. 
- Sei veramente una ragazza eclettica - le scriveva lui ogni tanto.
E lei rispondeva con faccine sorridenti.
E la volta in cui lei citò Yukio Mishima - stando bene attenta a non specificare se in senso positivo o negativo - lui le scrisse un copiaeincollaecimettoqualcosadimio di 60 righe e lei gli mostrò un pollice in alto.
E la volta in cui lei alluse all'Effetto Lucifero lui le allegò una tesi di laurea che aveva trovato chissàcome in una pagina di Altervista e lei gli rispose "carino". 
E la volta in cui lei menzionò Sasha Grey lui fece saltimortali per non scrivere niente che fosse troppo sessista o troppo poco sessista ma a lei non andò bene comunque anche se non gli spiegò mai cosa c'era di sbagliato.
E la volta in cui lui le scrisse che non pensava di poter stare senza di lei e senza il suo eclettismo ma lei disse che non ci credeva nemmeno un po'.  
E lui non si fece mai più sentire ma lei non se ne preoccupò perché aveva molte altre cose a cui pensare.   

E qualcuno dirà che c'è un modo migliore di dire e non dire le cose.    

martedì 28 febbraio 2017

Casa



Sono 4 anni, 5 mesi e 12 giorni che lavoro in questa fabbrica. Ci tengo alla precisione, anche perchè fa parte del mio mestiere, essere preciso. Se non fossi così accurato non mi avrebbero mai messo a lavorare qui.
4 anni, 5 mesi e 12 giorni senza mai una lamentela, senza mai un errore. E senza mai saltare un turno o ritardare di un solo minuto: e poi, il giorno dopo, di nuovo pronto. 
Almeno fino ad oggi.
Sicuramente avranno notato che nelle ultime settimane mi sono fermato a lungo, alla fine del turno, sotto i finestroni che dalla mia ala del capannone portano verso il deposito. Forse avranno anche visto le luci; i suoni no, non possono averli sentiti. Quelli posso sentirli solo io: è un codice di cui possono immaginare l'esistenza, ma di certo ci metteranno ancora millenni a decifrarli, se non ci sono riusciti finora.
E il messaggio è sempre lo stesso:
"Torna a casa".

- Ma secondo te c'è vita su quei pianeti? - chiese uno dei due tecnici al collega, mentre si cambiavano prima di iniziare il turno.
- Quali pianeti? - chiese l'altro, con aria distratta.
- Ma come quali? Non hai sentito? Hanno scoperto un nuovo sistema solare, con sette pianeti simili alla terra....
- Ah. Non sapevo. Fugurati, se ci fosse vita intelligente lo avrebbero già scoperto da un pezzo...
- L'ho già sentita questa...ehi, fermo! Blocca tutto! - urlò il primo.
- Che c'è? - chiese l'altro, preoccupato.
- Ne manca uno.
- Impossibile.
- Guarda tu stesso, lì in fondo - replicò l'altro, indicando il posto che normalmente era occupato da uno dei robot. 


martedì 31 gennaio 2017

Il posto



- Come ti senti?
- Sempre peggio. Mi sa che ci siamo.
- Già. Adesso dovrei dirti che non è così, che sembri in forma, leggermente migliorato... Ma è inutile che ci raccontiamo cazzate.
- Esatto
- Come pensi di fare con loro?
- Me lo hai già chiesto due volte e lo sai benissimo.
- Vero. Sei deciso quindi?
- Non vedo come potrei fare diversamente...
- Ma non pensi che si preoccuperanno ancora di più?
- Per qualche giorno, forse... poi capiranno. O dimenticheranno. In ogni caso, ci vorrà meno di quello che pensi: e ci guadagnerai anche tu, perchè si attaccheranno ancora di più a te. 
Vedi, tu queste cose non le capisci perchè sei ancora giovane. Quando sarà il tuo turno, capirai che è la cosa giusta da fare.
- Non lo so, adesso mi sembra così strano...
- Adesso sì. Quando sarà il momento, anche tu avrai il posto giusto dove andare.
- Il tuo dov'è?
- Non ci pensare...vai a farti una dormita. Poi, se avrai voglia, saprai come trovarmi.
- Addio.
- Addio.

La madre continuava a stringere il figlio e a carezzargli lentamente la testa, sia perché era la cosa giusta da fare, sia perché non aveva una risposta ai suoi dubbi. Ma quando lui rialzò la testa, lei vide che le lacrime si stavano asciugando; e che quella che stava per arrivare sarebbe stata l'ultima domanda, quella a cui era più facile rispondere:
- Adesso Micio è in paradiso, vero?  

mercoledì 28 dicembre 2016

Senza un finale che faccia male



Il giocatore con la maglietta sgargiante, che per tutta la vita è stato convinto di aver dato una svolta decisiva alla storia del calcio, si deve guardare ancora una volta da un difensore più vecchio di lui, con una casacca molto più vincente, schietto come quelli della sua regione sanno essere, roccioso come ne ha affrontati tanti. Ma nè l'uomo in arancione nè quello in azzurro sono soli: ognuno di loro può contare su una squadra, 22 giocatori in tutto; e ognuno di loro veste la stessa divisa, bianca e verde.
Il donnaiolo è tornato nel posto dove si trovava meglio, al Chelsea Hotel, non si sa se a cercare Suzanne, Heather, o quale altra delle sue migliaia di ragazze. "Avrei fatto meglio a dedicarmi solo alla poesia, secondo te?" chiede al suo collega. "Avresti fatto meglio a trovarti un lavoro vero come il mio", risponde ridendo sotto i baffi (un evento raro!) il capostazione.  
"E' la fine del mondo!", dice il gentiluomo veneziano che viene dall'isola dei soffiatori di vetro; "ma la vita è meravigliosa", gli risponde il giovane inglese, che di oscuro ha solo il nome. Non so se avrà tempo e voglia di spiegarlo al suo coetaneo e compatriota, che si sta scolando drink e sogni gratis al club...un giorno smetterà i panni del belloccio da copertina, andrà ascoltato senza pregiudizio.
"Ci servirebbe una batteria, qui" dice il tizio vestito in maniera improbabile, di cui si vedono solo gli occhi: il resto è sepolto da tastiere di ogni forma e colore. "Possiamo aspettare ancora un po'" gli risponde il suo amico bassista dalla voce gentile.
Non so se l'uomo con la bacchetta in mano sia entusiasta di indossare quella maschera da pierrot. Se solo riuscisse a fare star fermo al centro del palcoscenico quel...come definirlo? Mimo? Ballerino? Performer? Il diretto interessato (chiamatelo l'uomo delle stelle, l'uomo che cadde sulla terra, o come più vi piace) sorride con quegli occhi così belli e così diversi. Lui è sempre al centro del palco, anche se non è mai stato uguale a sè stesso un solo secondo della sua vita. 
Al confronto, è molto più tranquillo quel signore dai capelli bianchi. In fondo, per anni ha avuto accesso ai segreti di quattro favolosi musicisti, anzi dei "favolosi quattro" per antonomasia; figuriamoci se lo spaventa questo tappetto ebreo newyorkese che inneggia al suicidio e tratta il microfono come se fosse contemporaneamente il suo migliore amico e il suo peggior nemico. E che forse ha avuto modo di incrociare, nei suoi giri all'interno della Grande Mela, colui che è riuscito a tradurre in immagini sia le porte dell'inferno - la guerra e le sue conseguenze - sia i cancelli del cielo. E che per suo conto sarebbe contento per una volta di lavorare con questo biondino dai capelli ondulati, che fra uno scienziato pazzo e un fabbricante di cioccolato non meno sbarellato è diventato uno degli idoli di tutti gli atei del mondo.   
Ma anche gli idoli hanno i loro momenti di sconforto. Come deve essere rendersi conto che essere il migliore di tutti non ti permette neanche di essere servito al bar per il colore della tua pelle? D'accordo, lui non ha studiato, ma sa riconoscere l'intelligenza e il talento in chi ce l'ha al di là delle apparenze: magari anche in questa magra ragazza di campagna, già abituata ad aver a che fare con soggetti difficili e che potrà forse spiegargli cos'è, il buio oltre la siepe.
E questo sorridente ufficiale? Chissà se i suoi commilitoni ci hanno già scommesso, o ci scommetteranno, che un giorno, dopo la guerra, andrà a studiare all'estero e poi, dopo aver ricoperto tante cariche prestigiose, diventerà il primo cittadino di tutti gli italiani; ma adesso è ancora presto, il professore di storia - e quale professore! - non è ancora in grado di convincerlo che si è trattato, anche e soprattutto, di una guerra civile. 
E sono proprio le parole "guerra" e "civile" ad aver condizionato la vita di questo cittadino del mondo, i cui capelli sono diventati precocemente bianchi a seguito di tutto ciò che ha visto. Che non potrà mai dimenticare e di cui un giorno - anzi, una "notte", la notte di Auschwitz - è riuscito finalmente a parlare.
"Ecco, dovremmo ascoltare di più queste persone, che hanno meditato a lungo su ciò che dovevano dire; piuttosto che ascoltare i commenti sconclusionati di quelli che sentono quasi il dovere di commentare in tempo reale ciò che non hanno nemmeno letto o, se l'hanno letto, non lo hanno capito". L'avrà pronunciata davvero, questa frase, l'erudito per eccellenza? Forse sì, forse no: di sicuro ne ha subito quelle conseguenze che - anche quelle, come molte altre - aveva previsto con molto anticipo.
Troppo tragico come scenario, dite? Forse. Per fortuna c'è una donna a sdrammatizzare, con la sua meravigliosa ironia - quella dote di cui secondo molto uomini stupidi le femmine sarebbero prive. Non la classica "bella figheira", ma una donna Generosa e coraggiosa, che ci saluta, anche lei, con un bellissimo sorriso.

mercoledì 30 novembre 2016

Il confine



C'è un punto, non lontano da qui, dove la laguna smette di essere laguna e diventa mare.
Un punto dove, nella mia fantasia di bambino, le chiatte e i barchini diventavano galere di mercanti e galeoni di pirati, pronti in un modo o nell'altro a conquistare il mondo. 
Quel punto esiste, lo so: ma io non sono mai stato capace di trovarlo.
L'ho cercato più di una volta, con vari tipi di imbarcazioni. La prima a otto o nove anni; con mio padre che rideva sotto i baffi, ma sotto sotto era orgoglioso di quel suo figlioletto, così determinato a trovare "il confine" e a contrassegnarlo con una X come per una mappa del tesoro, oppure con una linea tremolante, come se dall'altra parte ci fossero veramente i leoni che si paventavano nelle mappe medievali. 
Poi, smaltita quella che forse è stata la prima delusione della mia vita, ci sono tornato da adolescente, o da quasi adulto, con convinzione inversamente proporzionale al disagio che cominciavo a provare solcando le acque. 
Strano, no? Vivere in un'isola e avere paura del mare.
Ecco, forse questa paura, questo disagio deriva proprio dal fatto che in realtà un confine non si può tracciare, perché le onde che vedi adesso non sono le stesse che vedrai fra cinque minuti o fra cinque anni. Perché se anche un folle decidesse di tuffarsi esattamente in quel punto, non potresti mai dire se si trova dentro o fuori, o quando smette di essere un bagnante per diventare un esploratore.
Ma i saggi dicono che l'unico modo di vincere una paura è quello di prendervi le misure. Ecco perché, ogni volta che le gambe mi obbediscono - il ché con gli anni succede sempre più di rado - mi trascino verso quella lingua di terraferma che si affaccia sul confine.
E' l'unico modo che ho per non sentirmi affondare, nell'attesa.